Un uomo piange abbracciato al suo allenatore che lo consola sotto il cielo infuocato di Los Angeles, al termine di quella sequenza di rigori infausta per gli Azzurri, che non possono alzare la Coppa del Mondo 1994, lasciando che in Brasile parta la samba.
Quell’uomo si chiama Franco Baresi e questo quadretto completato dalla presenza di Arrigo Sacchi è il primo che si incolla sulla tela dei ricordi.
Perché è un’immagine da cui sgorga umanità.
Perché c’è tutto il pathos di una finale di un Mondiale, sfumata dal dischetto.
Dove proprio Franco Baresi aveva sbagliato. “Non da questi particolari si giudica un giocatore” cantava De Gregori e forse erano le stesse parole che Sacchi sussurrava quel 17 luglio a Franco.
Lui che si era rotto il menisco a inizio Mondiale e aveva fatto una corsa contro il tempo per esserci all’atto finale, quando era stato semplicemente perfetto.
Come molte altre volte in carriera.
Lui che era il libero vecchia maniera, lui che era il Ministro della Difesa.
Anticipo, senso della posizione, carisma: queste alcune delle qualità che lo hanno portato a essere uno dei difensori più forti di sempre.
In quel Milan stellare coi tre olandesi non può e non deve essere dimenticata la difesa ermetica da cui non passava uno spillo.
Quel reparto lo governava lui, Franco Baresi, comandando l’avanzamento e l’arretramento della linea arretrata.
3 Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali non esauriscono naturalmente il suo palmares ma ne sono la vetrina luccicante.
Gli è mancato il Pallone d’oro, di competenza quasi sempre di chi di mestiere fa gol o li fa fare, perché quella è l’essenza del calcio ma andrebbe ricordato che anche chi protegge la retroguardia non ha meno importanza.
Ma questa è diatriba filosofica, che non si addice a uno come lui, di poche parole e tanta sostanza.
È stato eletto milanista del secolo dai suoi tifosi.
Perché uno così non si può non amare.
Uno così unisce le tifoserie, compatte nel riconoscere la levatura tecnica e umana del Campione.
Ci lasci fisicamente ma le tue gesta popoleranno per sempre i nostri pensieri quando penseremo al tuo braccio alzato a chiamare il fuorigioco, che quasi sempre c’era peraltro.