È il 22 aprile, giorno della finale di ritorno di Coppa Italia fra Atalanta e Lazio, si gioca a Bergamo e siamo nei minuti di recupero dei tempi regolamentari.
Il punteggio è sull’1-1. Col 2-2 dell’andata si andrebbe ai supplementari.
Ma Zappacosta per la Dea crossa in mezzo e Scamacca stacca di testa: sembra fatta.
I tifosi bergamaschi hanno già le braccia alzate per esultare ma non hanno fatto i conti con lui.
Lui è Edoardo Motta, estremo difensore della Lazio, classe 2005.
Come una farfalla si libra nell’aria e riesce a intercettare la palla spedendola contro il palo.
È la prodezza che regala ai biancocelesti l’opportunità di tenere vivo un sogno.
Quello di raggiungere la finale di Coppa Italia. Si va ai supplementari e poi ai calci di rigore.
Sul dischetto per i lombardi si presenta ancora lui, Scamacca.
Motta non si fa intimorire e para. Al turno successivo dagli undici metri ecco Zappacosta.
Niente da fare, anche lui viene ipnotizzato dal baby prodigio della Lazio.
Ormai Motta è diventato un muro per gli avversari e anche Pasalic si infrange contro di lui.
Poi arriva il momento decisivo, quando De Ketelaere è pronto a calciare il proprio penalty: l’estremo difensore della Lazio si tuffa sulla propria sinistra e devia la conclusione.
Tutti corrono ad abbracciare Motta: la firma su questa qualificazione è tutta sua.
È lui l’eroe della serata.
4 rigori parati sono una rarità: chi ha qualche primavera sulle spalle ricorderà la finale a Siviglia fra Steaua Bucarest e Barcellona del 1986, quando il portiere romeno Ducadam riuscì nella stessa impresa e regalo’ la Coppa dei Campioni ai suoi.
Insomma, stiamo parlando di qualcosa di straordinario. Perché capita di vedere un portiere che para un penalty, certo.
Ma vederglene respingere 4…..beh no, quello non succede quasi mai.
E accende la fantasia. I più piccoli immagineranno Motta vestito con la tuta blu di Superman e la “S” gialla in mezzo al petto.
Dai fumetti non arriva però l’emozione del ragazzo a fine gara.
Quella è solo umana, è tutta sua. È bella, quasi quanto le sue parate.