E il pensiero va ai più piccoli, che aspettano di aprire i doni sotto l’albero, che vivono la magia di questa Festa tanto attesa.
E anche noi adulti torniamo a vivere la loro età e dal cassetto dei ricordi spuntano immagini indelebili, come ad esempio quel regalo della maglietta della squadra del cuore di lana, che fa sorridere ripensando ai tessuti ipertecnologici delle divise di oggi.
E insieme c’era anche il pallone, che strappai con fatica, nonostante una clausola inaccettabile che mi imponeva di dichiarare amore a un’altra squadra: ma già allora sapevo che certi sentimenti sono una faccenda seria e non si barattano, così feci un bel discorso e portai a casa lo stesso il preziosissimo dono.
Questo si accende sotto il faro della memoria se ripenso a Natale, al calcio, a me bambino.
Ma in generale ognuno di noi che ama questo sport conserva nel cuore il connubio fra Natale e pallone di qualche primavera fa.
Natale però è la festa di tutti i bambini, nessuno escluso. In primis per quei fanciulli che vivono in zone di guerra, che non aspettano di togliere la carta al pacco regalo perché non c’è.
Avrebbero però almeno il diritto di correre dietro a un pallone, di inseguirlo, di contenderselo con gli amici, di divertirsi.
E dovrebbero farlo con un pallone vero, non fatto di stracci come accade nelle favelas sudamericane.
Perché la povertà è un’altra piaga che si frappone fra i bambini e la spensieratezza con cui rincorrono una sfera che rotola. Insomma il calcio dovrebbe ripartire dal suo significato più vero, quello del gioco.
Che deve essere innanzitutto dei più piccoli, che deve essere per tutti, in ogni angolo del Pianeta.
In ogni momento dell’anno occorre ricordarsene, non solo a Natale.